Di tutte le cose che si possono vedere a Gela, questa è la più rara. A Bosco Littorio, nella fascia orientale della città verso la foce del fiume, si visita il museo che custodisce i resti delle navi greche recuperate nel golfo: un edificio nuovo, riconoscibile dalla grande copertura in legno lamellare sagomata come uno scafo rovesciato, progettata dall'architetto Ettore Di Mauro su circa quattromila metri quadrati di superficie espositiva.
Una scoperta lunga trentotto anni
La storia comincia nel 1988, quando due subacquei segnalano la presenza di materiali antichi sul fondale in contrada Bulala, a poche centinaia di metri dalla costa. Fra il 1989 e il 1992 si susseguono le campagne di scavo subacqueo che documentano sistematicamente l'imbarcazione; il recupero vero e proprio dello scafo avviene fra il 2003 e il 2008; l'esposizione stabile arriva soltanto nel febbraio del 2026. Quasi quarant'anni fra il ritrovamento e la possibilità, per il pubblico, di vedere quella nave a pochi passi dal mare che l'aveva restituita.
Che cos'è il relitto Gela I
La nave, indicata dagli archeologi come Gela I, è un mercantile di età greca, databile agli inizi del V secolo a.C., lungo circa diciassette metri e largo poco più di quattro. Ne restano elementi strutturali di grande valore documentario: parte del paramezzale, le ordinate e porzioni di fasciame.
Il dettaglio più significativo è la tecnica costruttiva. Si tratta di uno scafo costruito a guscio, con le tavole del fasciame letteralmente cucite fra loro tramite funi, secondo un sistema arcaico che precede l'uso generalizzato degli incastri lignei. È un modo di costruire navi di cui abbiamo pochissimi esemplari conservati, e questo lo rende un documento di prima grandezza per la storia della navigazione mediterranea.
Non è soltanto una nave antica: è una delle poche occasioni in cui possiamo osservare, dal vero, come si teneva insieme uno scafo prima dei chiodi.
Il carico
Insieme allo scafo è esposto quello che la nave trasportava, e il carico è altrettanto eloquente: anfore da vino e da olio, ceramica attica, lucerne, coppe, fischietti in terracotta, figurine. Nell'area del relitto sono stati inoltre recuperati trentanove lingotti di oricalco, una lega metallica simile all'ottone che le fonti antiche citano spesso ma che l'archeologia documenta rarissimamente. Sono materiali del VI secolo a.C. e da soli varrebbero il viaggio.
Perché proprio a Bosco Littorio
La collocazione del museo non è una scelta di comodo. L'area di Bosco Littorio conserva i resti di un emporio arcaico, lo scalo commerciale della città greca, situato in prossimità della foce del fiume Gela: con ogni probabilità è proprio qui che si trovava l'approdo della polis. Navi come Gela I attraccavano dunque a poca distanza dal punto in cui oggi sono esposte. Dallo stesso emporio provengono, fra l'altro, i tre altari votivi conservati nel Museo Archeologico Regionale della città.
Come è organizzata la visita
Il percorso è articolato in più ambienti: una sala principale che ospita lo scafo e i materiali, uno spazio immersivo e una zona dedicata alla visione in realtà virtuale, pensata per restituire il contesto sottomarino del ritrovamento. È un allestimento recente e adatto anche a chi non ha una preparazione archeologica: la nave si capisce guardandola.
Consigli pratici
- Il museo si raggiunge facilmente a piedi da questa zona della città; chi arriva in auto può lasciarla nei pressi dell'area di Bosco Littorio.
- Giorni di apertura, orari e biglietteria possono variare e sono possibili chiusure straordinarie: verificate sempre sui canali ufficiali del Parco archeologico di Gela.
- Mettete in conto almeno un'ora, di più se volete provare la parte immersiva.
- Abbinatelo alla salita all'acropoli di Molino a Vento: sono le due facce della stessa città antica, il porto e il santuario.
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